"La SAPIENZA nella vita dell'uomo è guida all'IMMORTALITA' per chi la segue....perchè la SAPIENZA si rivela mediante gli stessi Elementi Naturali..."

L’enigma della prima materia

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Cabala, Speculum Artis et Naturae, prima tavola, L’aquila e il leone, il volatile e il fisso, la prima e l’ultima materia

La Pietra Filosofale è quello spirito condensato, concentrato e coagulato nella più pura, più resistente e più perfetta delle materie terrestri. Ad essa infatti è richiesto il compito di rincrudare i metalli, ovvero riportarli al loro stato primitivo e rianimarli, riconferendogli la natura del primitivo agente vitale che li ha prodotti. Questo vuol dire il simbolo del leone alato: il geroglifico del principio fisso e coagulante chiamato comunemente Zolfo è provvisto di ali per significare che il solvente primitivo, decomponendo e rincrudendo il metallo, procura allo Zolfo una qualità volatile senza la quale la sua combinazione col Mercurio sarebbe impossibile. L’operazione è stata descritta nella forma del combattimento dell’aquila e del leone, del volatile e del fisso, del drago attero del drago alato.

 

La sostanza arcana, prima materia e substrato dell’opera, dalla duplice natura, contemporaneamente maschile e femminile, patiens che contiene il proprio agens, è il fondamento del magistero, il corpo primitivo e volatile, vero e unico segreto sul quale all’inizio si deve lavorare. Esso è simboleggiato dal drago, ed è chiamato Pietra dei Filosofi perché presenta i caratteri esteriori comuni a tutti i minerali. E’ il caos degli elementi perché in esso sono racchiusi  quattro elementi, ma confusamente e disordinatamente; è il nostro vegliardo  e il padre dei metalli perché questi devono a lui la loro origine, in quanto prima manifestazione metallica terrestre, il drago nero coperto di squame, il serpente velenoso, la figlia di Saturno e la più amata dei suoi figli. E’ una sostanza primaria che ha visto interrompersi la sua evoluzione per l’interposizione e la penetrazione di uno Zolfo infetto e combustibile, che ne impasta il Mercurio, lo trattiene e lo coagula. E, sebbene sia internamente volatile, questo Mercurio primitivo, corporificato sotto l’azione essiccante dello Zolfo arsenicale, prende l’aspetto di una massa solida, densa, nera, fibrosa, fragile e friabile, la cui scarsa utilità la rende vile, abietta e disprezzata, parente povero dei metalli, in cui però l’alchimista trova il substrato del Magistero. Per questo il suo operare ripete l’opera della creazione: si tratta di passare dal caos primordiale a una struttura ordinata a perfetta, in cui si realizza il piano del Creatore.

 La nostra roccia, simboleggiata dal drago, andrà percossa col solvente universale, il latte della vergine, fons vitae, mestruo. Ma nell’opera alchemica, dice Fulcanelli, tutti i lavaggi sono ignei, tutte le purificazioni sono fatte col fuoco, dal fuoco e con il fuoco. La Pietra, sottoposta a queste procedure, lascia colare un’onda scura, fetida e velenosa, il cui vapore spesso e volatile è tossico. Quest’acqua, simboleggiata dal corvo, è lavata e sbiancata per mezzo del fuoco. A ciò si allude dicendo che bisogna tagliare la testa al corvo (caput corvi). A seguito dei ripetuti lavaggi, l’acqua perde la colorazione nera ed assume un color bianco. Il corvo perde l’anima e rende le penne. L’acqua si contrae, si rinserra, si aggrega in una massa corporea densa e resistente alla fiamma stessa.

Il serpens mercurialis, doppio e attorcigliato, ricongiunge i due principi dell’opera: il re solforico con la fenice di fuoco, e la regina mercuriale col pellicano che nutre i piccoli col suo sangue, Figurarum Aegyptiorum Secretarum, ispirato al rotolo di Ripley, XVII° sec.

 

Ma, ripetono gli alchimisti, i corpi non hanno nessuna azione sui corpi, soltanto gli spiriti sono attivi ed agenti, solo gli spiriti metallici sono capaci di alterare, modificare e denaturare i corpi metallici. La Pietra Filosofale, prodotto perfetto dell’opera, è di colore rosso, fusibile come la cera e il burro, diafana e limpida, assolutamente fissa, inossidabile e incalcinabile, irriducibile, indifferente agli agenti chimici, estremamente resistente al fuoco, dotata d’elevatissmo potere di penetrazione in qualsiasi metallo. Essa è tutto in tutto, capace di rinnovare ogni cosa, tintura universale e polvere di proiezione, perché in realtà possiede, sotto l’aspetto di un corpo cristallino, gli spiriti metallici che sono i promotori delle metamorfosi corporee che si possono osservare. Questi spiriti, tenui ed estremamente volatili, hanno bisogno di un veicolo, di una sostanza che li contenga e che sia capace di trattenerli, pura,  onde permettere allo spirito di restare in essa, e stabile, per impedirne la volatilizzazione, fusibile, per fornirne l’ingresso, ma resistente agli agenti chimici. Per questa ragione la Pietra non può essere ricercata soltanto tra i metalli: altrimenti lo spirito agirebbe sul corpo metallico come se esso stesso fosse un metallo, perdendo il suo carattere di agente universale.

 Per concludere con Fulcanelli:

 Ora ciò che noi chiediamo, insieme con tutti i filosofi, non è l’unione di un corpo con uno spirito metallico, ma, al contrario, la condensazione, l’agglomerazione di questo spirito in un involucro coerente, tenace e refrattario, capace di avvolgerlo, d’impregnarne tutte le parti e di assicurargli così un’efficace proiezione. Noi chiamiamo nostra pietra quell’anima, spirito o fuoco condensato, concentrato e coagulato nella più pura, nella più resistente e nella più perfetta delle materie terrestri. E possiamo assicurare che qualsiasi ricerca che non sia guidata da questo spirito e che non abbia come base questa materia non condurrà mai nessuno allo scopo che si è prefisso (1965, p. 152).

 Un’ultima metafora esemplificativa del fatto che la trasformazione è una possibilità intrinseca della materia è il passaggio da libro chiuso, simbolo generale di tutti i corpi grezzi, minerali o metalli, forniti dalla natura o dall’industria, a libro aperto, dato dalla soluzione radicale del corpo metallico che, avendo abbandonato le proprie impurità e ceduto il proprio Zolfo, è il ricettacolo del Mercurio vivente e aperto, che si ottiene con l’applicazione dei procedimenti occulti del lavoro ermetico.

 Nel Testamento di Alchimia, l’eremita Morienus spiega al suo discepolo il principe Galib Calid la natura della Pietra, dando delle informazioni apparentemente confusive, dalle quali si ricava che la Pietra non è una pietra, che è di nessun valore e la si può trovare ovunque, e che il processo alchemico è analogo alla creazione dell’essere umano, per cui sono necessarie le nozze, il concepimento, la gravidanza, la nascita e l’allevamento. Egli inaugura così il filone dell’occultamento del nome e della vera natura della Pietra, che chiama anche “il nostro azoc”, tuttavia appaiono evidenti i riferimenti all’Alchimia spirituale.

Adamo-Zolfo ed Eva-Mercurio coi serpenti del caduceo nella fons vitae, i sette pianeti, Figurarum Aegyptiorum Secretarum, ispirato al rotolo di Ripley, XVII° sec.

Anche se i suoi nomi sono molteplici, per Morienus la radice della Pietra è una sola, e da essa provengono i quattro elementi, dei quali pertanto può essere considerata madre, perché vengono da lei e a lei ritornano. Al contrario dei corpi comuni, essa dura a lungo nella combustione. E’ di nessun valore apparente, viene gettata per strada e si trova nel letamaio, ma è inutile estrarla in miniera. Infatti:

 “E’ ciò che di più stabile Dio ha creato in te; ovunque tu sarai, rimarrà sempre con te senza separarsi mai, perché ogni essere umano creato da Dio, da cui questa cosa sia separata, morirà…

 … Questa cosa si estrae da te, tu sei la sua miniera, la si può trovare presso di te e trarla da te e, dopo che ne avrai fatto esperienza, aumenterà in te l’amore per essa…

 … In questa pietra vi sono i quattro elementi, ed è simile al mondo e al modo in cui il mondo è stato fatto…

 … Guarda dunque di non allontanarti dalla radice e di non cercare di modificarla, perché non troverai niente di utile  di proficuo, se non a partire da essa. Perciò non toglierle niente e non mescolare niente con essa, perché non è necessario” (Pereira, p.224-5).

 Oggi che si guarda all’Alchimia con gli occhi disincantati delle neuroscienze, secondo Querci (2006) non c’è alcun dubbio che la Pietra è il corpo umano, e che le procedure dei filosofi rimandano ad un’Alchimia corporale. Ad esso si riferiscono in primo luogo le pratiche preparatorie, le abluzioni o purificazioni, intese come digiuni, austerità, preghiere, tecniche meditative e respiratorie, volte a preparare il substrato. L’insistenza sulla natura e sulla fisicità implica l’unità mente-corpo, poiché l’azione sulla mente non può essere disgiunta da quella sul corpo, e i conseguimenti che Jung descrive in chiave psicologica sono per gli alchimisti il portato di tecniche fisiche. In questa visione il corpo contiene al suo interno quella molteplicità di elementi che l’operatore deve estrarre e separare, ma contiene anche quella vitalità intrinseca che è il fuoco dell’opera, il carburante con cui essa procede. All’estremo, da qualcuno si è proceduto con la distillazione e la concentrazione dei liquidi corporei, per estrarre da essi dei principi vitali, che poi vanno ingeriti dal praticante. Queste procedure sono in realtà un’eco distorta delle pratiche dello Yoga, sia dell’hatha yoga che del tantra yoga. Nell’hatha yoga, dopo le posizioni (asanas) e i controllo del respiro (pranayama) e prima degli atti purificatori (shat karma), vi sono i gesti (mudra), processi psico-fisici che hanno la funzione di trattenere e indirizzare la kundalini, l’energia che si è ridestata. Quest’ultima viene forzata a incanalarsi prima nella sushumna nadi, ma contemporaneamente l’energia espiratoria (prana) e l’energia inspiratoria (apana) sono trattenute per alimentarla. Il gesto della vulva (yoni mudra) è la contrazione del perineo, che si effettua dopo l’inspirazione (puraka), con lo scopo di attirare l’energia verso il centro della base (muladhara) e mantenercela fortemente. Il gesto del tuono (vairoli mudra) consiste nell’aspirare lo sperma e le secrezioni vaginali: se avviene l’eiaculazione e i due liquidi si mescolano, il sadhaka (praticante) deve risucchiarli col pene all’interno dell’uretra (amaroli); meglio ancora se egli riesce a fermare lo sperma e a trattenere l’eiaculazione con lo yoni mudra per poi riassorbire sempre col pene i secreti vaginali, che così si uniscono all’interno dell’uretra, e in questo caso si ha sahajoli. Complemento a questa pratica è il gesto del volo nell’etere (khechari mudra), per effettuare il quale l’adepto deve tagliarsi il frenulo della lingua per potere allungare progressivamente quest’ultima fin dietro la glottide, portandola nel foro del palato molle. Così egli, concentrando lo sguardo in un punto tra le sopracciglia, corrispondente ad ajna chakra, fa fluire il nettare, ovvero il fluido vitale trattenuto e accumulato, nella gola, dove lo beve. Lo scopo è la realizzazione dell’Alchimia corporale, attraverso l’unione dei principi maschile e femminile nell’athanor rappresentato dal corpo dell’adepto, fabbricando così internamente il principio trasmutativo e l’elisir di lunga vita, farmaco di guarigione da tutti i mali, che l’iniziato assume e dal quale è trasformato; una variante è tenere in bocca e successivamente ingerire nel corso della pratica una pillola di mercurio (gutika).

Fonte: etteilla, frontespizio de Les Sept Nuances de l’Oeuvre

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